Homo Auctor
IL TROVATELLO
“Job
smettila di abbaiare, sei impazzito, o sei un cane del tutto scemo? Non sai
riconoscere un albero, Non vedi che quello è solo un vecchio ulivo.”
Nonostante il richiamo, il cane continua con
ostinazione ad abbaiare insistentemente verso l’albero. Il pastore innervosito dall'ottusità dell’animale, a non accogliere il suo ordine, si appropinqua a
dargli una sonora bastonatura. Quel suo abbaiare inutile e isterico non fa che
spaventare le pecore. Si appresta a farlo avvicinatosi all'ulivo minaccioso,
solo allora si avvede della grossa lastra di pietra poggiata alla base del vecchio
albero, dalle cui fessure ai lati della pietra, s’intravede il vuoto, capisce allora
che quello è un nascondiglio e che dietro può esserci qualcosa.
Il buon
Samuele, questo è il nome del pastore, si chiede chi, e perche quella pietra è
fuoriposto, oppure: forse dietro c’è la refurtiva di un ladro. Solo quanto è
accovacciato, per togliere la grossa lastra di pietra, sente il pianto del bambino.
“Dei del
creato, chi pazza donna o uomo, nasconde così un bambino? Deve essere matta o
incosciente per fare ciò.”
Il pastore
allunga le braccia, trascina verso di se portandoselo al seno quel fagottino coperto
di stracci. Il bambino non smette di piangere, né ha di ragioni il poverino,
anzi, vedersi tra le braccia di un vecchio barbuto, si dimena e strilla ancor
di più quanto fiato ha nei polmoni, né ha di fiato represso dopo una notte di
solitudine quell'anima innocente. La fame, la paura di essere rimasto solo l’ha
spinto nella disperazione più nera.
Ma non è
questo, quello che pensa il brav'uomo, a primo impatto non sa che pesci
pigliare, si gira tutto intorno nella speranza di scorgere anima viva. Tranne
le sue capre e pecore e il cane, altro
non c’è. Il cane nel frattempo non smette di abbaiare e saltellare intorno come
se anche lui volesse conoscere lo sventurato bambino che piange e perché.
Il paese
dista più di dieci minuti di cammino giù dalla collina. Si fa largo l’idea che
il bambino sia stato abbandonato al proprio destino, altro in quel momento non
riesce pensare.
Prima di
ogni cosa deve rabbonire il pianto del bambino, altrimenti non riesce a
ragionare. Strappa un lembo di coperta che copre il piccolo essere, chiama a se
la capra fresca di parto le cui mammelle sono gonfie di latte, cava dalla sacca
una ciotola di legno e strizza dalle mammelle della docile e consenziente capra,
quanto latte pensa possa servire.
Dopo
aver imbevuto per bene il lembo di stoffa, fa gocciolare nella bocca del bimbo
il nettare che da vita a tutti gli esseri umani e non, il latte, sia capra o di
madre è sempre essenza di vita. Dovrà ripetere il gesto parecchie volte prima
che il bambino si acquieta.
Alla
fine è il bimbo a tendere le manine per attrarre a se lo straccetto imbevuto,
dopo averlo messo in bocca continua a succhiare fino cadere in un sonno
profondo, la stanchezza e l’appagamento della fame lo hanno pacificato con il
mondo e con quello che lo circonda.
Sono
passati sei anni da allora, il bambino, anche se esile, com'era la madre, è
vispo e intelligente.
“Nonno Samuele, perché io non ho la mamma e il
papà come tutti i bambini?”
Il
piccolo Olivio, è così che si chiama, in onore all'ulivo che lo protesse. Non è
la prima volta che il bimbo pone il quesito, che il vecchio ritiene scomodo. Come
di solito fa, lui altra risposta non sa dare se non ripetere sempre la stessa,
anche se dettata scherzosamente e con un sorriso sornione da vecchio volpone,
qual è.
“Perché sei
figlio dell’ulivo, ed è per questo che ti chiami Olivio, ti ho cacciato io fuori
dalla pancia del vecchio ulivo”.
“Nonno,
ma io non sono di legno come il vecchio ulivo, sono un bambino di carne come
tanti altri, la legna si brucia per cuocere da mangiare, per riscaldarci, i
bambini no.”
Il
vecchio Samuele guarda il bambino e sorride. Pensa che ormai non potrà sostenere lo scherzo
molto a lungo.
Non può raccontare all'infinito che lui è figlio
dell’ulivo. Il bambino è tutt'altro che stupido. Tanto ha capito che non può
essere figlio dell’ulivo, anche se, averlo tirato fuori dalla sua pancia è vero.
Ciò non
toglie che dovrà pazientare ancora, ha solo sei anni, troppo presto per apprendere
la verità, ma poi, qual è la verità, se neppure lui la conosce? Come spiegargli
l’abbandono da parte della madre, o chi per lei?
Che cosa penserebbe di lei: che non lo volesse?
Chi può dirlo. Averlo messo nella pancia dell’ulivo era una misura di protezione
non un abbandono, lui sperava fosse questo.
Come
promesso al compimento dei dieci anni, il vecchio una mattina svegliò di
buonora Olivio, come spesso succedeva, quando non doveva andare a scuola, approfittando
del giorno di festa lo portò con sé a pascolare il piccolo gregge di capre e
pecore nell'altro versante della collina degli ulivi.
Arrivati
davanti al secolare albero, Samuele mostrò al ragazzo il vecchio albero e con
il dito indicò l’apertura nel tronco.
“Ecco,
questo è l’ulivo, e quello è il buco da dove sei uscito”.
Il
ragazzo rimane a fissare l’apertura con una certa incredulità, poi, si abbassò
per scrutarne la cavità, nel farlo, dal buco come una saetta sbucò una volpe,
supera con un salto la testa del ragazzo e scappa su per la collina. Olivio,
che nel frattempo era andato gambe all'aria, riavutosi dallo spavento guarda il
nonno che se la rideva a crepapelle.
“Lo
dicevo io, che quest’ulivo non me la contava giusta, caccia dalla pancia le
cose più strane. O Forse, è solo un rifugio per qualcuno che usa la pancia
dell’ulivo per ripararsi dalle intemperie e dal buio della notte, vero Olivio?”
Poi fattosi serio sedutosi sulla grossa radice
dell’ulivo, fa con la mano segno a Olivio di sedersi accanto. Il ragazzo non se
lo fa ripetere, curioso di sapere cosa gli racconterà il nonno.
“Olivio
ragazzo mio, come vedi anche lei, la volpe, ha trovato rifugio per la notte
nella pancia dell’ulivo, un giaciglio e come ripararsi dall’intemperie, com'è servito a te per preservarti da cattivi incontri. Chi ti ha messo lì, l’ha
fatto per proteggerti da qualcosa, o da qualcuno che lei temeva potesse farti
del male. Io non conosco il motivo, ma per lei, tua madre, doveva essere più
che valido. Doveva temere, aver molta paura per la tua vita, se ti ha nascosto
lontano da tutti. Forse il destino è stato cattivo e ingrato con lei. Se
poteva, avrebbe sacrificato la vita per tornare dal suo bambino. Cercare ora la
motivazione e il perché è quasi impossibile. Possono essere state molte le circostanze,
le cause che hanno determinato ciò. Il perché l’ha indotta a fare, quello che
poi ha fatto, non lo sapremo mai. A noi fa bene pensare che lei ovunque si
trovi avrà piacere sapere che tu stai bene, cresci sano e forte, e che la
terrai sempre nel tuo cuore. Sono stato fortunato sia capitato quel giorno da
queste parti, forse lei questo voleva? Che ti trovasse qualcuno? Che sia stato io,
il vecchio Samuele, devo ringraziare gli Dei per avermi dato questa possibilità
quel giorno!”
Dopo un
momento di riflessione, il ragazzo poggia la testa sulle ginocchia del vecchio,
dicendogli:
“Nonno
anch’io al pari di te, penso di essere stato fortunato quel giorno che a
trovarmi sia stato tu.”
Nonostante
la buona sorte sia stata magnanima con lui. Un pensiero triste gli stringe il
cuore, se lei, la madre a fatto di tutto per metterlo in salvo nascondendolo,
che non sia ritornata poi, gli fa temere il peggio. Non può non chiedersi, qual
è stata la sua sorte?
Il
vecchio Samuele lo distoglie dai suoi cupi pensieri.
“Mio
caro figliolo, ora dobbiamo pensare al tuo futuro!”
Al
ragazzo piace leggere, studiare, ma il vecchio sa che in fu-turo, questo non gli
sarebbe bastato per mettere su una famiglia. Né pensava dovergli prospettare
l’esistenza grama di un pastore. Invece pensa che il suo buon amico Giuseppe,
mastro falegname a Nazareth, possa insegnargli a lavorare il legno, perché il
mestiere di pastore gli sembra troppo duro per un giovane gracile come Olivio,
in quanto, lui, aveva la primaria caratteristica materna, era esile come un giunco.
Fu così
che Olivio cominciò, la mattina a studiare, e il pomeriggio, dal casolare di
nonno Samuele si portava a Nazareth da mastro Giuseppe a imparare l’arte di
lavorare il legno.
Ogni
domenica non mancava a far visita al vecchio ulivo. Per lui era ritrovarsi in
famiglia, il luogo che l’ha visto venire al mondo, come se il maestoso albero
avendo conosciuto la madre, dividesse con lui il suo ricordo.
Si
sedeva sulla grossa e nodosa radice e monologava con lui, come se questi
potesse intercedere con la madre, raccontava come passava le sue giornate tra
lo studiare e il lavoro.
“Oggi
per la prima volta, ho visto il figlio di mastro Giuseppe, quando mi ha guardato,
ho sentito dentro di me qualcosa d’indefinito.
I suoi occhi sorridevano, anche se il viso, nascosto da una lunga barba, era
serioso e preoccupato.
Mastro
Giuseppe me ne aveva già parlato di questo figlio errante, sempre il giro a
pregare per le anime degli uomini di buona volontà. È tornato dal suo vagabondare
dopo aver portato il verbo per i luoghi più sparuti e sperduti dall'Egitto a Israele.
Siano questi luoghi di culto, campagna o agorà di piccoli paesi. Trovandosi di
passaggio per Nazareth, avuto giusto il tempo di rivedere e salutare i genitori,
domani, dopo una delle sue prediche, ripartirà
per mete sconosciute.
Gli
racconta di cosa studiava, com'erano i suoi compagni e cosa frequentassero una
volta finito la scuola. Leggeva ad alta voce come se loro, la madre e l’ulivo, potessero
sentire la sua di voce, le sue parole, accomunandoli in una conversazione
famigliare. Prima di andarsene non mancava cacciare la testa nel cavo dell’ulivo come se volesse accertarsi che non ci fosse nessuno all'interno,
ricordandosi la fuga della volpe.
Ancora non riusciva a metabolizzare di com'è perché lui, anni prima, qualcuno o sua madre, l’avesse messo il quel posto. Non
poteva esentarsi dal chiederselo.
I mesi,
gli anni passano, Olivio è un giovane diciottenne sano e forte. Non smette la
domenica ritrovarsi sotto il vecchio ulivo, ora legge ma non più ad alta voce,
né racconta il suo fare giornaliero. Ciò non toglie di sentirsi attratto da
quel posto, ormai era diventato un luogo a lui famigliare, non può negare sia entrato
a far parte della sua vita.
In una
di quelle visite domenicali, è colto di sorpresa da un pauroso temporale,
sembrava si fossero aperte le cataratte nei cieli, tuoni fulmini e saette,
accompagnavano la pioggia dal cielo divenuto nero. Fragorose saette e fulmini
illuminavano la collina degli ulivi.
Olivio non avendo dove ripararsi e grazie alla
sua figura esile poté facilmente trovare rifugio nel ventre dell’ulivo, quell'alloggio che già una volta l’aveva accolto e protetto quando era
bambino.
I minuti passavano, il temporale sembrava
diventasse sempre più cattivo. A un tratto un tremendo boato sovrasta gli altri,
poi uno schianto e un tonfo, infine tutto si zittì. Il silenzio assoluto cadde
sulla collina. Anche i nottambuli animali tremarono, anche se la paura li aveva
messi a tacere. Il giovane rannicchiato anche lui dalla stessa paura, sentiva
con lo scorrere del tempo scemare la tensione, fin quando non mise la testa
fuori per accertarsi che tutto fosse davvero finito.
Di
anomalo c’era solo uno dei grossi rami dell’ulivo, tranciato dal fulmine, quasi
gli sbarrava l’uscita.
Ancora
una volta l’ulivo l’aveva protetto. Grazie alla fattezza esile gli permise
uscire dal rifugio diversamente sarebbe stato difficile spostare quel grosso
tronco.
Ritornato
a casa, racconta l’accaduto al nonno, il vecchio prima mugola a sentire il disappunto
del giovane, poi trae la sua conclusione, da uomo pratico e consapevole
dell’utilità del tronco, quella che a lui sembrava la più logica decisione.
“Va bene
figliolo, ora vieni vicino al fuoco a scaldarti, domani andremo a prendere quel
tronco, fa sempre comodo avere una scorta di legna da ardere”.
Il
giorno successivo muniti di ascia, sega e carriola, Olivio e il vecchio
Samuele, si portarono a sezionare il grosso ramo.
Il nonno
nel vedere quanto fosse robusto il tronco gli disse: l’hai scampata bella, meno
male eri al riparo, poi cominciò prima a segare iniziando dalla cima e man mano
a scendere, fino arrivare al pezzo più grosso.
Dopo
avere messo insieme i rami più piccoli, facendone delle fascine, si accinse a
mettere mano al grosso tronco, Olivio lo fermò gridandogli quasi.
“Fermo…..
aspetta nonno!”
Il
povero vecchio rimase interdetto con la sega a mezz'aria, sul viso
un’espressione stupida rivolta verso il giovane.
“Che ti
prende Olivio, sembra quasi corri il rischio di tagliarti un dito, perché poi
mi devo fermare?”
Olivio
non dimentico, del suo nuovo mestiere di falegname, guardava quel ramo da
un’altra visione.
“Nonno
dalla conformazione della base e dai due rami ai lati, si potrebbe ricavare una
comoda sedia patronale.”
Così
dicendo ci girava intorno come un medico al suo malato.
“Sei ammattito
per caso? Ti rendi conto quanto peserebbe un affare simile, alla mia età sarebbe
poco agevole spostare un aggeggio come questo, la mia povera schiena è già a pezzi.
Meglio evitare simili sforzi, nooo… non se ne parla proprio!”
“Nonno! Ti
prego, non è detto che devi per forza rimuoverla tu. Ti prego lasciami provare,
se non andrà bene, ci sarà sempre tempo per usarla come legna per il camino.”
Il
vecchio Samuele vedendo l’animosità del giovane e l’ispirazione da cui era
dettata, non poté che assentire.
Lui
subito fa segni sul tronco, dove il nonno dovrà segare : “Qui, qui, e qui. Come
vedi lo stesso è rimasta abbastanza legna per il camino.”
Il
giorno seguente, Olivio caricò il tronco dell’ulivo sulla carriola, e non senza
sforzo, lo portò in falegnameria da mastro Giuseppe, dove sapeva di trovare
arnesi adatti per intagliare, conformare al meglio la sua idea.
A mezzogiorno era tutto intendo a mirare la
sua opera, dandosi da fare tutto intorno a una specie di sedia patronale, non
si accorse che alle spalle qualcun altro osserva il suo lavoro. Il grosso tronco
d’albero aveva preso forma, e sembianza di una sedia, solo che a posto dei
piedi c’era il tronco, che faceva da piano d’appoggio.
Dall'aspetto non essendo una comoda poltrona non veniva spontaneo elogiarla, però
esteticamente si poteva assentire che faceva la sua bella figura.
Olivio
ci girava intorno come l’artista osserva la sua opera in cerca di qualche
piccolo errore del suo lavoro per ritoccarlo se ce ne fosse bisogno.
Era
tutto assorto, preso, da non accorgersi che due occhi benevoli osservano lui e
il suo risultato.......
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