HOMO CALLIDUS (1)
Non
necessita forza per far viaggiare le idee!
Il
pensiero, giusto o meno che sia, come l’anima, vola libero!
Danni di
guerra
Alla fine della seconda guerra mondiale
(1946) l’Italia convoca i cittadini per scegliere, se vogliono essere governati
dalla monarchia o dalla repubblica, il referendum da ragione a quelli che scelgono
la repubblica.
Così
l’Italia diventa una Repubblica democratica, il primo articolo della nuova
costituzione recita: fondata sul lavoro.
Tra il
dire e il fare c’è di mezzo il mare: recita un proverbio. In una Napoli, e non
solo, ancora sotto un cumulo di macerie, palazzi che sono diventati pietre molti,
solo polvere. Utensili e mobili in frantumi, ferro contorto, sentimenti
calpestati, onori dimentichi, molti si sono arresi, ma c’è anche chi resiste.
Rifare i
palazzi, le strade dissestate ci vogliono soldi, che il governo del Paese non
ha, gli aiuti americani.
Del
piano Marshall, arrivano con il contagocce, e non bastano. I sentimenti, dopo
il guizzo d’orgoglio, la rivolta delle quattro giornate, contro gli oppressori
tedeschi, il popolo è ritornato a campare alla giornata.
Cioè,
quello che ognuno riesce ad arraffare, molto a discapito degli altri.
Vige la
legge del più forte, del più furbo. In tutto questo, chi, da che mondo e mondo
soffre, è sempre il più debole, il meno protetto. Specialmente quando la legge
è fantasma.
In
questa torre di Babele d’incongruenza sociale, la speranza la fa da padrona.
Molti vanno a dormire a stomaco vuoto, sperando di dimenticare la fame nell'oblio del sonno, altri vanno a letto per sognare un domani migliore.
Quindi,
quello che recita la Costituzione italiana, che pochi l’hanno letta, e anche se
fosse, il lavoro, rimane una chimera irraggiungibile per molti.
Assunta
è una dei tanti. Il marito Jesus Di Nazaretti è dato per disperso nella
campagna di Russia. Lui invece, nel buio della notte, ferito, si era portato in
un fienile, ed è lì, che la mattina, lo trovò la bella contadinotta sovietica,
la poverina rimasta vedova pensò bene rifarsi con il ferito italiano.
Il
povero Jesus prima di cadere tra le
braccia robuste della giovane donna cercò di resistere, alla fine il richiamo
della carne fu più forte. Con l’arrivo del primo figlio, dopo ne arrivarono altri
tre, decise che non sarebbe tornato in Italia. Si era rifatta famiglia nella
fredda Russia.
La
povera Assunta lo piangeva morto, mai poteva immaginare quell'epilogo. Fu così
che si sobbarcò l’aggravio di accudire i tre figli, le bocche erano pur sempre
da sfamare. Mira, la più grande quattordici anni, Samuele dodici, Olivio dieci.
Lei,
Assunta, non è stata a guardare, subito si è dato da fare, ancora giovane e
piacente, ha poco più di trent'anni, dovendosi vendere al migliore offerente,
pensò di mettersi in proprio. Anche perché un secondo marito lei non ne volle
sentir parlare, tre figli gli bastavano, quelli già concepiti con il defunto
marito. E poi, la maggior parte degli uomini o erano dispersi o morti in una
guerra sciagurata.
E così il basso
in cui abitavano, diventò ricettacolo di accoppiamenti occasionali, in quella
circostanza la madre, per pudore, mandava i figli in strada a giocare.
All'inizio,
Mira conoscendo quello che la madre faceva, un mestiere vecchio quando il
mondo, era per lei una continua sofferenza per non dire situazione insostenibile.
Lei, pur di non assistere al mercimonio della madre, portava con sé i due
fratelli a passeggiare sul lungomare di via Caracciolo.
A volte
la madre gli dava qualche moneta spicciola dicendogli di comprare un gelato ai
ragazzi. Lei allora li conduceva oltre via Caracciolo, in Villa Comunale, dove pullulavano
carrettini di ogni specie. Vendevano di tutto, bevande dai colori più vari,
gelati, arachidi e semi di zucca, grattate di ghiaccio con pseudo sciroppo di
granatina o menta, scagliozzi di farina
di mais, per non parlare di sigarette, pseudo caffè fatto in casa con orzo e
residui di caffè. C’era di tutto nella Villa Comunale di Napoli. In una situazione
così variegata non potevano mancare ladri, scippatori, e pederasti. Mira stava
bene attenta, conosceva i soggetti, l’ambiente non l’era estraneo. Il suo rammarico
era per la madre, si chiedeva perché aveva scelto quel modo per accudire loro,
e non un altro meno disdicevole.
Certo, a
casa, se così si poteva chiamare quella in cui abitavano. Era vero, che non
mancava più da mangiare, la madre non lesinava in premure, comprava vestiti,
giocattoli, pur se al mercato dell’usato di Portici, coacervo di mercanzia
arrivata da mezzo mondo, i vestiti che la madre gli comprava, lei rifiutava
d’indossarli, invece i maschietti ne erano felici.
Non
tutte le donne si davano all'arte più vecchia del mondo, c’era chi con una
semplice cassetta di frutta vuota, metteva su la vendita di sigarette, caramelle,
e chi di notte cuoceva il pane, per rivenderlo la mattina, sempre su una
vecchia cassetta sbrindellata di frutta. A Napoli da sempre si conosce l’arte
di arrangiarsi. La miseria atavica del napoletano gli ha messo geni di sopravvivenza
nel sangue.
Una
mattina, non erano ancora le sette, i figli furono svegliati dalla madre, e
messi fuori a giocare: un cliente aveva fretta di concludere il rapporto
carnale, la madre non poteva perdere la prebenda di cinquanta lire.
Fu la
goccia che fece traboccare il famoso vaso. Mira decise di aiutare la famiglia,
e chissà, non avesse guadagnato tanto da far smettere la madre di vendersi al
primo venuto.
Questa
la sua speranza! La stessa mattina si rivolse alla vicina di casa, lei vendeva
pane e caramelle sulla solita cassetta. Gli chiese come, e cosa, avrebbe dovuto
fare, per procurarsi qualcosa da vendere, le rispose:
“Piccerè,
se hai i soldi, non è un problema, se non lì hai, devi accasarti con un fornitore, lui la mattina porta la merce, poi
ritorna la sera a incassare quello che hai venduto. Potresti vendere le
sigarette vicino al mio banco, devi solo stare attenta a non farti sequestrare
la merce dalle guardie, perché, oltre a espiare la multa, devi pure pagare le
sigarette, a quello che te le hanno fornite, perché loro, duelli, non fanno sconti.”
Il fornitore
Chi
forniva le sigarette alle varie bancarelle del Pallonetto di S. Lucia, era
Donna Carmela a furnara, aveva fatto
soldi vendendo pane di contrabbando, che il marito impastava e cuoceva di
notte in un vecchio forno in uno dei tanti vicoli del Pallonetto. A tenere i
contatti con le bancarelle era il primo figlio, donna Carmela ne aveva dodici
di figli. Tutti alti e nerboruti, il braccio armato del clan che quietava tutto
e tutti.
E così
una mattina, la vicina di casa di Mira, parlò con Ciro, il figlio tramite della
furnara, questi volle vedere a’piccerella per valutare le sue
capacità.
Quando
vide Mira, strabuzzo gli occhi, intravide in lei una futura bellezza del luogo.
Sì! Mira aveva tutte le caratteristiche per essere una bella ragazza piena di
fascino. Ciro lo capì al primo sguardo, già assaporava il frutto. Non gli sembrò
vero accaparrarsela come venditrice di sigarette, oltre alla prospettiva di
buoni affari. Gli uomini avrebbero fatto la fila davanti alla sua bancarella,
intravedeva un futuro pieno di guadagni, e piaceri per sé.
La
madre, sulle prime, ebbe da ridire, riteneva che una bancarella di sigarette di contrabbando davanti casa sua, potesse
mettere a rischio il lavoro, il figlio della furnara, con le sue “argomentazioni”
fu facile fargli cambiare idea.
Per Mira
andava bene così, Il mattino dopo Ciro portò a Mira tutti i tipi di sigarette
americane possibili, oltre a una cassetta nuova di zecca, e un consiglio
interessato per contorno.
“Piccerè,
si vuò fa affar, levat’sti stracci a’quoll, e miettiti na bella vest, si’nunn'a
tien, ta regal’io.”
Mira,
molto cortesemente, gli fece capire, che lei, aveva di che vestire, l’orgoglio
gli fece dire ciò che non era vero.
Del
resto non era del tutto una bugia. All’occorrenza cerano sempre le vesti
comprate dalla madre al mercato dell’usato di Portici, così fece felice anche
la madre.
Ciro
aveva visto giusto, dopo pochi giorni davanti alla bancarella di Mira sostavano
anche i soldati americani a comprare le sigarette che loro stessi avevano venduto
a Ciro, dopo averle trafugate dai magazzini delle navi su cui facevano servizio.
I mesi
passavano e Mira sbocciò come una rosa di maggio, il suo sorriso incantava i
passanti, c’era chi comprava sigarette, anche se non fumava, tanto era il
piacere di ricevere un suo sorriso. Perché Mira, aveva un sorriso per tutti,
espressa dalla contentezza di un volto pulito e senza malizie, era il suo modo
di ringraziare chi la favoriva comprando le sue sigarette.
La sera,
dopo aver pagato Ciro, metteva il guadagno ricavato in una vecchia scatola di
scarpe per bambini, che poi nascondeva dietro il malandato armadio.
Inizialmente aveva chiesto alla madre se i suoi guadagni erano sufficienti a farla
smettere il mercimonio, lei gli aveva detto; “piccerè piens’a te, metti da
parte per farti un corredo se vuoi trovar marito, figlia mia ca’senza nient,
nun ti sposa nisciun”.
Totore
Totore,
cioè Salvatore Cascella, non fumava, lo stesso ogni giorno comprava le sue
brave cinque sigarette, che poi girava al suo masto,
il gestore del caffè dove lavorava. Abitava al quinto piano di un edificio
lesionato dai bombardamenti anglo americano. Il palazzo si trovava nel vicolo
adiacente a quello di Mira. Essendo posto all’ultimo piano, usufruiva per
questo anche del calpestio terrazzo
solaio. I suoi, onesti e brava gente, il padre lavorava al mercato ortofrutticolo, faceva il facchino in una cooperativa. Salvatore dall’età di
otto anni la mattina andava a scuola, il pomeriggio, e i giorni di festa, lavorava
come garzone, consegnava il caffè a domicilio per i vicoli del Pallonetto e
oltre, a tutti quelli che per motivo di lavoro, o altro, erano impossibilitati
spostarsi. Il padre gli aveva trovato lavoro in un Bar tabaccheria, giù a Santa
Lucia. A tredici anni appese la cartella al chiodo, dopo aver preso la licenza
elementare, smise di studiare, e da garzone passo dietro la macchina del caffè,
era diventato barista a tredici anni, anche se la paga era rimasta quella di
garzone. Ma a lui questo poco importava, era fiero della qualifica, e poi
c’erano le mance, che a Napoli non si rifiutano mai a chi ti porge una tazzina
di caffè. La mattina prima di andare a lavorare passava da Mira a comprare le famose
cinque sigarette.
A sedici
anni, l’età facile innamorarsi perdutamente, del resto non era difficile
perdere la testa per Mira. A lei, non era passato inosservato Salvatore, alto,
moro, anche lui aveva un bel sorriso, peccato che era timido.
Mira
aveva capito, che le sigarette comprate da lei, non erano per lui, di solito,
gli uomini, appena avuto tra le mani l’amata sigaretta, ne accendevano una, bramosi
di fumarne la prima dopo una lunga notte di astinenza. Mentre non aveva visto
mai fumare Salvatore, per cui era facile capire che lui, il ragazzo, comprare
le sigarette era una scusa per scambiare un sorriso, qualche parola con lei.
Una mattina dopo aver comprato le sigarette, sembrava avesse qualcosa da
riferire alla ragazza…….fermo davanti alla bancarella dopo aver ricevuto le
sigarette, continuava a manipolarle da una mano all’altra senza prendere
l’iniziativa. Fu Mira a prenderla per
lui.
“Salvatò,
che c’è, la scelta è difficoltosa questa mattina, non hai voglia di fumare le solite sigarette”.
Non era
difficile capire che non era per le sigarette il suo imbarazzo, anche se era
vero che lui comprava le sigarette per gli altri. Cambiava marca di sigarette
continuamente, cosa che a volte si ripeteva anche a mezzogiorno, quando veniva
a prendere da mangiare a casa dalla madre.
Quest’andirivieni
del ragazzo non era passato inosservato nemmeno a Rosa, la vicina di bancarella
di Mira, né ai fratelli, i quali non mancavano di rilevarlo, con sfottò anche
un po’ pesanti. Rosa, invece, con sorrisetti di complicità, e strizzatina
d’occhio, pareva dare il suo consenso.
Quella
mattina però, Totore aveva da consigliare alla ragazza, un motivo in più per
altri guadagni.
“Ti
volevo consigliare una cosa, ma non so se faccio bene.”
Alche
Mira rispose con un sorriso amabile.
“
Salvatò, i consigli non fanno male, non sono mazzate, specialmente se sono
buoni, perché il tuo sicuramente è consiglio dettato dall’amicizia!”
“Mira, ho
pensato: siccome, agli uomini piace fumare dopo aver preso il caffè, e molti di
loro prendono il caffè proprio per fumare, guadagneresti due volte se il caffè
glielo venderesti tu quando vengono a comprare le sigarette”
A Mira
gli luccicarono gli occhi, subito capì che era una bella pensata, però pose
l’interrogativo rivolgendosi a Salvatore.
“E come
faccio Salvatò”
“Semplice
Mira, preparo io il caffè al Bar, lo metto nel thermos e tu, all’occorrenza, lo
offri bello caldo, caldo, così aumenterai pure la vendita delle sigarette”
A Mira
il consiglio non le dispiacque, anzi lo trovò più che giusto, con un sorriso di
compiacimento ringraziò Salvatore.
“Totore sì nu bisciù, a’verament n’amico.”
Detto fatto, la mattina appena la macchina del
caffè del Bar saliva di pressione, Salvatore metteva cinque caffè nel thermos,
dopo averli riscaldati abbondantemente facendo modo che questi s’allungassero
con il vapore acqueo, così da ricavare qualche tazza in più, poi correva a
consegnarlo a Mira.
La mente
della ragazza piano, piano, cominciò a far tic-tic, come il suono delle monete
spicciole che lei faceva cadere nel salvadanaio di terracotta.
Dopo
pochi mesi, si disse: perché non compro una bella, e grande macchinetta napoletana, e faccio io il caffè? Salvatore dovette
convenire, l’idea di Mira era migliore della sua.
Caso
vuole, Mira non era meno timida di lui, cosa rara per una ragazza cresciuta nei
vicoli di Napoli, per giunta senza istruzione e con una madre meretrice.
A
differenza di Ciro il fornitore di sigarette, lui, la timidezza non sapeva cosa
fosse. Lui, mattina e sera, alla consegna della merce e al pagamento, non
mancava fare apprezzamenti, a volte anche con sottintesi che andavano oltre la decenza, poco piacevoli per la
ragazza.
Mira, faceva finta di non sentire o non
capire. Ciro non gli piaceva, ma non poteva inimicarselo, lui cercava
d’attrarre Mira con ogni mezzo, addirittura facendo sconti sulla merce che
forniva. Mira, che stupida non era, faceva finta di niente, come se lo sconto
era di norma.
Gli
altri, se lo sognavano lo sconto. Per quanto tempo ancora, poteva frenare le
avance di Ciro?La ragazza sapeva che prima, o poi, avrebbe dovuto affrontare
l’argomento, non poteva far finta, di non capire per lungo tempo. Per ora, diceva: devo
mettere da parte quanti più soldi possibili, lasciando in futuro il problema.
Sapeva che non poteva fare a meno della fornitura di sigarette fornitagli da Ciro,
il nerboruto comandava lui la piazza, con le cattive o con le buone maniere.
Trovare
un altro fornitore significava guerra tra bande di contrabbandieri. Cosa poco
probabile perché tutti sapevano che quella era la piazza della Furnara e dei nerboruti figli.
Fu la
madre a risolverglielo momentaneamente, il problema alla figlia. Una sera,
involontariamente, stava al buio sulla soglia di casa, aspettando qualche
cliente, quando sentì Ciro, venuto a incassare la vendita giornaliera da Mira,
fare i soliti apprezzamenti, alla figlia. La donna non si perse d’animo, e risolse
il problema a modo suo.
“Cirù
bell’a’sora, lascia stà a piccerella, pi ciert’i cose ci sto io, vien a’dme a
sfugà i tuoi bollori”
Fu così
che, mentre Mira acquistava le sigarette da Ciro, lui, guadagnava i ” favori” dalla madre.
A Napoli
si trova sempre come appianare le controversie, specie se si hanno tornaconti.
Forse è
per questo, che Napoli detiene il primato di avvocati e politici: gente dal
cervello fine e lingua lunga.
Fidanzati
Ormai
tutti consideravano i due ragazzi, fidanzatini, loro ne erano consapevoli ma
facevano finta di niente. In verità Mira, non aveva nessuna intenzione di seguire
le orme della madre, a trent’anni tre figli con la prima già quindicenne.
Lei si
voleva prima sistemare, e poi, avendo la possibilità, farsi una famiglia, era
questo, e solo questo il suo proposito. Salvatore dal canto suo, un po’ per timidezza,
un po’ per paura di avere un rifiuto dalla ragazza, continuava a venerare Mira
in silente adorazione.
Gli
affari andavano a gonfie vele, il tempo passava e Mira vedeva il suo gruzzolo
farsi sempre più grande. La domenica, insindacabilmente giorno di festa, lei e
Salvatore, passeggiavano sul lungomare di via Caracciolo con i fratellini di
Mira che scalciavano davanti qualsiasi cosa si parasse davanti carte, barattoli
o ciottoli, consumando le scarpe e il selciato. Il gelato era di norma, comprato
agli chalet di Mergellina, o nella Villa Comunale, dopo averlo consumato si ritornare
a casa.
Una domenica approfittando che i genitori di
Salvatore erano andati a trovare un parente a Frattamaggiore, il ragazzo invitò
Mira a salire sul terrazzo di casa sua per fargli ammirare lo stupendo panorama
che si poteva osservare da lassù.
Era
vero, da quel malandato terrazzo di un vecchio palazzo fatiscente, si ammirava
il golfo di Napoli con la penisola sorrentina e Capri che facevano da sfondo, e
il mare da cornice.
Guardando
quella meraviglia, Mira ricevette il primo bacio di quella che finora era stata
la sua, breve, e intensa vita.
Da lì a
poco molte cose sarebbero cambiate: Il nerboruto Ciro fu arrestato dalla
guardia di finanza mentre scaricavano, nell’insenatura di Trentaremi un grosso
gommone stracarico di sigarette. Avendo alle spalle svariati arresti per lo
stesso reato, si beccò quattro anni di carcere, con il benestare di Mira.
Nello
stesso periodo, il proprietario del bar di Salvatore, saldò il conto con la
morte, era da un po’ di tempo che faceva il tiro e molla con la vita.
La
vedova, anche lei non molto in salute, fu dai cinque figli, tre maschi e due
femmine, tutti professionisti, consigliata a vendere l’attività non potendola
gestire in proprio.
Della
salute e del mantenimento della genitrice, si fecero carico loro, di come
svolgerlo al meglio.
Salvatore
saputo la notizia, la sera dopo il lavoro si precipitò a raccontarlo a Mira, era
preoccupato per la suo lavoro.
Non sapeva
se i nuovi proprietari l’avrebbero assunto insieme al negozio.
“Salvatò
di che ti preoccupi, tu sei bravo barista ti sarà facile trovare un altro
impiego.”
Lei nonostante avesse rincuorato Salvatore che
avrebbe trovato facilmente un altro posto, non mancò riferire alla madre l’evento.
A madre
e figlia bastarono dodici ore, cioè, dalla sera al mattino dopo, per capire
cosa avrebbero dovuto fare.
Appena
alzata si assicurò che il gruzzolo era sempre al suo posto, lo ricontò, pur
sapendo quando aveva accumulato fino allora. La
madre fece lo stesso, lei ne aveva soldi da investire.
Alla
madre gli affari erano andati più che bene, anche lei aveva un gruzzoletto da
parte, investirlo non gli sembrò tanto una cattiva idea.
Fatto i
conti si passò ai fatti, attesero Salvatore per fargli la proposta da portare a
chi di dovere.
“
Salvatò, chiedi ai signori Vitiello quanto vogliono per il Bar tabaccheria?”
La sera
Salvatore portò la risposta. Mamma e figlia a conti fatti videro che erano
lontani da possedere la cifra richiesta.
Assunta
prese in mano le redini della faccenda, da donna risoluta qual era, si presentò
dai signori Vitiello, proprietari del bar/tabaccheria, loro dissero che per la
contrattazione dovevano rivolgersi al figlio avvocato.
Il
pomeriggio dello stesso giorno Assunta già sedeva nello studio dell’avvocato
Vitiello, fermamente convinta ad argomentare vivacemente la sua proposta.
Assunta
aveva trentacinque anni, aveva messo al mondo quattro figli, sì è vero, faceva
quello che faceva, ma tutto questo non aveva minimamente scalfito la sua
bellezza e la sua postura di donna battagliera, e per di più napoletana. Stava
nel pieno delle forze e voglia di vivere e questo la rendeva ancora più bella.
L’avvocato
Matteo Vitiello non rimase indifferente davanti a questa venerea napoletana,
prima di intavolare l’argomento che stava a cuore a entrambi, passarono molti
secondi prima che lui la invitasse a sedere, un segnale inequivocabile, dall’interesse
causato da quell’incontro. Entrambi
avevano in quel momento, il piacere di essere uno di fronte all’altro. Ad
Assunta piacque l’uomo, anche se aveva un braccio solo, l’altro, l’avvocato
l’aveva lasciato nella tenda ospedaliera dell’esercito italiano nel deserto di
Bengasi come cimelio, obolo devoluto per la Patria.
Assunta
mise sulla scrivania tutti i risparmi messo da parte, sapevano entrambi che non
bastavano, disse che l’attività era per il futuro dei ragazzi e che Salvatore
aveva sacrificato la sua fanciullezza, dieci anni della sua giovane vita nella
gestione del bar/tabaccheria dei signori Vitiello, e che il resto della somma
mancante l’avrebbero pagato con un tot al mese. Scadenza che onoreranno fino alla totale estinzione del debito, parola di femmina onesta. Perché riteneva,
che quello che facesse per guadagnare era, lavoro! Molti non saranno d’accordo
con Assunta, ma l’avvocato invece, sì!
È
domenica, sul terrazzo di Salvatore i due colombi al panorama non badano più,
hanno ben altro da fare, fra baci e sospiri, Mira sente il pene di Salvatore
ingrossarsi sempre di più sotto il suo basso ventre, sta pensando: è giunto il
momento di porre fine alle pene, del pene di Salvatore, e alle sue!
È vero,
il paese aveva perso la guerra, ma loro due si sentivano di aver vinto la loro
battaglia contro la miseria che essa aveva provocato!
Dopo
pochi anni, finito di pagare il debito del Bar Tabaccheria, come si prevedeva,
sia i due ragazzi, che Assunta e l’avvocato, convolarono a giuste nozze. La
giovane coppia ebbe tre figli. Mira per forza volle che portassero il nome dei
suoi genitori Jesus, Samuele e Assunta. Samuele con gli anni, divenne un
cattivo soggetto si sposò con una brava donna che gli regalò due figli, Mira e Giuseppe.
La sua avventura con la vita finì a trentatré anni,
morto ammazzato in uno scontro a fuoco tra bande rivali. Nella sua ultima
bravata di assassino morì anche il figlio Giuseppe di dieci anni, che per forza
volle accompagnarsi con il padre. Assunta invece crebbe bella e dolce, amava
intensamente mamma e papà, preferì non sposarsi per aiutare i genitori. Il terzo figlio, Jesus, gli piaceva viaggiare, girovagò per il mondo in cerca d’avventura.
Assunta
dopa il ritiro della nonna dal lavoro, la madre aveva bisogno di aiuto nel Bar
Tabaccheria, che nel frattempo era diventato anche ristorante.
Lei che
per anni era stata in cucina tra le gambe di sua nonna, occupò il suo posto, si
diete da fare dietro i fornelli come aveva sempre sognato da bambina.
Certo non potevano sapere quale sarebbe stato il futuro, ignari della forza delle loro radici, al presente avevano vinto la battaglia contro le difficoltà del dopo guerra, non era stato semplice ma c'è l'avevano fatto. Il futuro è della progenie, saranno i figli, i nipoti e i figli dei nipoti e così via, fino alla notte dei tempi. Ma questa è un'altra storia!.............................................................CHE SEGUIRÀ
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