HOMO CALLIDUS (1)


                           Non necessita forza per far viaggiare le idee!

 Il pensiero, giusto o meno che sia, come l’anima, vola libero!

    
                                                     Danni di guerra
 Alla fine della seconda guerra mondiale (1946) l’Italia convoca i cittadini per scegliere, se vogliono essere governati dalla monarchia o dalla repubblica, il referendum da ragione a quelli che scelgono la repubblica.
Così l’Italia diventa una Repubblica democratica, il primo articolo della nuova costituzione recita: fondata sul lavoro.
Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare: recita un proverbio. In una Napoli, e non solo, ancora sotto un cumulo di macerie, palazzi che sono diventati pietre molti, solo polvere. Utensili e mobili in frantumi, ferro contorto, sentimenti calpestati, onori dimentichi, molti si sono arresi, ma c’è anche chi resiste.
Rifare i palazzi, le strade dissestate ci vogliono soldi, che il governo del Paese non ha, gli aiuti americani.  
Del piano Marshall, arrivano con il contagocce, e non bastano. I sentimenti, dopo il guizzo d’orgoglio, la rivolta delle quattro giornate, contro gli oppressori tedeschi, il popolo è ritornato a campare alla giornata.
Cioè, quello che ognuno riesce ad arraffare, molto a discapito degli altri.
Vige la legge del più forte, del più furbo. In tutto questo, chi, da che mondo e mondo soffre, è sempre il più debole, il meno protetto. Specialmente quando la legge è fantasma.
In questa torre di Babele d’incongruenza sociale, la speranza la fa da padrona. Molti vanno a dormire a stomaco vuoto, sperando di dimenticare la fame nell'oblio del sonno, altri vanno a letto per sognare un domani migliore.
Quindi, quello che recita la Costituzione italiana, che pochi l’hanno letta, e anche se fosse, il lavoro, rimane una chimera irraggiungibile per molti.

Assunta è una dei tanti. Il marito Jesus Di Nazaretti è dato per disperso nella campagna di Russia. Lui invece, nel buio della notte, ferito, si era portato in un fienile, ed è lì, che la mattina, lo trovò la bella contadinotta sovietica, la poverina rimasta vedova pensò bene rifarsi con il ferito italiano.
Il povero Jesus prima  di cadere tra le braccia robuste della giovane donna cercò di resistere, alla fine il richiamo della carne fu più forte. Con l’arrivo del primo figlio, dopo ne arrivarono altri tre, decise che non sarebbe tornato in Italia. Si era rifatta famiglia nella fredda Russia.  
La povera Assunta lo piangeva morto, mai poteva immaginare quell'epilogo. Fu così che si sobbarcò l’aggravio di accudire i tre figli, le bocche erano pur sempre da sfamare. Mira, la più grande quattordici anni, Samuele dodici, Olivio dieci.
Lei, Assunta, non è stata a guardare, subito si è dato da fare, ancora giovane e piacente, ha poco più di trent'anni, dovendosi vendere al migliore offerente, pensò di mettersi in proprio. Anche perché un secondo marito lei non ne volle sentir parlare, tre figli gli bastavano, quelli già concepiti con il defunto marito. E poi, la maggior parte degli uomini o erano dispersi o morti in una guerra sciagurata.
 E così il basso in cui abitavano, diventò ricettacolo di accoppiamenti occasionali, in quella circostanza la madre, per pudore, mandava i figli in strada a giocare.
All'inizio, Mira conoscendo quello che la madre faceva, un mestiere vecchio quando il mondo, era per lei una continua sofferenza per non dire situazione insostenibile. Lei, pur di non assistere al mercimonio della madre, portava con sé i due fratelli a passeggiare sul lungomare di via Caracciolo.
A volte la madre gli dava qualche moneta spicciola dicendogli di comprare un gelato ai ragazzi. Lei allora li conduceva oltre via Caracciolo, in Villa Comunale, dove pullulavano carrettini di ogni specie. Vendevano di tutto, bevande dai colori più vari, gelati, arachidi e semi di zucca, grattate di ghiaccio con pseudo sciroppo di granatina o menta, scagliozzi di farina di mais, per non parlare di sigarette, pseudo caffè fatto in casa con orzo e residui di caffè. C’era di tutto nella Villa Comunale di Napoli. In una situazione così variegata non potevano mancare ladri, scippatori, e pederasti. Mira stava bene attenta, conosceva i soggetti, l’ambiente non l’era estraneo. Il suo rammarico era per la madre, si chiedeva perché aveva scelto quel modo per accudire loro, e non un altro meno disdicevole.
Certo, a casa, se così si poteva chiamare quella in cui abitavano. Era vero, che non mancava più da mangiare, la madre non lesinava in premure, comprava vestiti, giocattoli, pur se al mercato dell’usato di Portici, coacervo di mercanzia arrivata da mezzo mondo, i vestiti che la madre gli comprava, lei rifiutava d’indossarli, invece i maschietti ne erano felici.
Non tutte le donne si davano all'arte più vecchia del mondo, c’era chi con una semplice cassetta di frutta vuota, metteva su la vendita di sigarette, caramelle, e chi di notte cuoceva il pane, per rivenderlo la mattina, sempre su una vecchia cassetta sbrindellata di frutta. A Napoli da sempre si conosce l’arte di arrangiarsi. La miseria atavica del napoletano gli ha messo geni di sopravvivenza nel sangue.
Una mattina, non erano ancora le sette, i figli furono svegliati dalla madre, e messi fuori a giocare: un cliente aveva fretta di concludere il rapporto carnale, la madre non poteva perdere la prebenda di cinquanta lire.
Fu la goccia che fece traboccare il famoso vaso. Mira decise di aiutare la famiglia, e chissà, non avesse guadagnato tanto da far smettere la madre di vendersi al primo venuto.
Questa la sua speranza! La stessa mattina si rivolse alla vicina di casa, lei vendeva pane e caramelle sulla solita cassetta. Gli chiese come, e cosa, avrebbe dovuto fare, per procurarsi qualcosa da vendere, le rispose:
“Piccerè, se hai i soldi, non è un problema, se non lì hai, devi accasarti con un fornitore, lui la mattina porta la merce, poi ritorna la sera a incassare quello che hai venduto. Potresti vendere le sigarette vicino al mio banco, devi solo stare attenta a non farti sequestrare la merce dalle guardie, perché, oltre a espiare la multa, devi pure pagare le sigarette, a quello che te le hanno fornite, perché loro, duelli, non fanno sconti.”  
                              

                                                                          Il fornitore
Chi forniva le sigarette alle varie bancarelle del Pallonetto di S. Lucia, era Donna Carmela a furnara, aveva fatto soldi vendendo pane di contrabbando, che il marito impastava e cuoceva di notte in un vecchio forno in uno dei tanti vicoli del Pallonetto. A tenere i contatti con le bancarelle era il primo figlio, donna Carmela ne aveva dodici di figli. Tutti alti e nerboruti, il braccio armato del clan che quietava tutto e tutti.
E così una mattina, la vicina di casa di Mira, parlò con Ciro, il figlio tramite della furnara, questi volle vedere a’piccerella per valutare le sue capacità.
Quando vide Mira, strabuzzo gli occhi, intravide in lei una futura bellezza del luogo. Sì! Mira aveva tutte le caratteristiche per essere una bella ragazza piena di fascino. Ciro lo capì al primo sguardo, già assaporava il frutto. Non gli sembrò vero accaparrarsela come venditrice di sigarette, oltre alla prospettiva di buoni affari. Gli uomini avrebbero fatto la fila davanti alla sua bancarella, intravedeva un futuro pieno di guadagni, e piaceri per sé.
La madre, sulle prime, ebbe da ridire, riteneva che una bancarella di sigarette di contrabbando davanti casa sua, potesse mettere a rischio il lavoro, il figlio della furnara, con le sue “argomentazioni” fu facile fargli cambiare idea.
Per Mira andava bene così, Il mattino dopo Ciro portò a Mira tutti i tipi di sigarette americane possibili, oltre a una cassetta nuova di zecca, e un consiglio interessato per contorno.
“Piccerè, si vuò fa affar, levat’sti stracci a’quoll, e miettiti na bella vest, si’nunn'a tien, ta regal’io.”
Mira, molto cortesemente, gli fece capire, che lei, aveva di che vestire, l’orgoglio gli fece dire ciò che non era vero.
Del resto non era del tutto una bugia. All’occorrenza cerano sempre le vesti comprate dalla madre al mercato dell’usato di Portici, così fece felice anche la madre.
Ciro aveva visto giusto, dopo pochi giorni davanti alla bancarella di Mira sostavano anche i soldati americani a comprare le sigarette che loro stessi avevano venduto a Ciro, dopo averle trafugate dai magazzini delle navi su cui facevano servizio.
I mesi passavano e Mira sbocciò come una rosa di maggio, il suo sorriso incantava i passanti, c’era chi comprava sigarette, anche se non fumava, tanto era il piacere di ricevere un suo sorriso. Perché Mira, aveva un sorriso per tutti, espressa dalla contentezza di un volto pulito e senza malizie, era il suo modo di ringraziare chi la favoriva comprando le sue sigarette. 
La sera, dopo aver pagato Ciro, metteva il guadagno ricavato in una vecchia scatola di scarpe per bambini, che poi nascondeva dietro il malandato armadio. Inizialmente aveva chiesto alla madre se i suoi guadagni erano sufficienti a farla smettere il mercimonio, lei gli aveva detto; “piccerè piens’a te, metti da parte per farti un corredo se vuoi trovar marito, figlia mia ca’senza nient, nun ti sposa nisciun”.

                                                                Totore
Totore, cioè Salvatore Cascella, non fumava, lo stesso ogni giorno comprava le sue brave cinque sigarette, che poi girava  al suo masto, il gestore del caffè dove lavorava. Abitava al quinto piano di un edificio lesionato dai bombardamenti anglo americano. Il palazzo si trovava nel vicolo adiacente a quello di Mira. Essendo posto all’ultimo piano, usufruiva per questo  anche del calpestio terrazzo solaio. I suoi, onesti e brava gente, il padre lavorava al mercato ortofrutticolo, faceva il facchino in una cooperativa. Salvatore dall’età di otto anni la mattina andava a scuola, il pomeriggio, e i giorni di festa, lavorava come garzone, consegnava il caffè a domicilio per i vicoli del Pallonetto e oltre, a tutti quelli che per motivo di lavoro, o altro, erano impossibilitati spostarsi. Il padre gli aveva trovato lavoro in un Bar tabaccheria, giù a Santa Lucia. A tredici anni appese la cartella al chiodo, dopo aver preso la licenza elementare, smise di studiare, e da garzone passo dietro la macchina del caffè, era diventato barista a tredici anni, anche se la paga era rimasta quella di garzone. Ma a lui questo poco importava, era fiero della qualifica, e poi c’erano le mance, che a Napoli non si rifiutano mai a chi ti porge una tazzina di caffè. La mattina prima di andare a lavorare passava da Mira a comprare le famose cinque sigarette.
A sedici anni, l’età facile innamorarsi perdutamente, del resto non era difficile perdere la testa per Mira. A lei, non era passato inosservato Salvatore, alto, moro, anche lui aveva un bel sorriso, peccato che era timido.
Mira aveva capito, che le sigarette comprate da lei, non erano per lui, di solito, gli uomini, appena avuto tra le mani l’amata sigaretta, ne accendevano una, bramosi di fumarne la prima dopo una lunga notte di astinenza. Mentre non aveva visto mai fumare Salvatore, per cui era facile capire che lui, il ragazzo, comprare le sigarette era una scusa per scambiare un sorriso, qualche parola con lei. Una mattina dopo aver comprato le sigarette, sembrava avesse qualcosa da riferire alla ragazza…….fermo davanti alla bancarella dopo aver ricevuto le sigarette, continuava a manipolarle da una mano all’altra senza prendere l’iniziativa.  Fu Mira a prenderla per lui.
“Salvatò, che c’è, la scelta è difficoltosa questa mattina, non hai voglia di fumare le solite sigarette”. 
Non era difficile capire che non era per le sigarette il suo imbarazzo, anche se era vero che lui comprava le sigarette per gli altri. Cambiava marca di sigarette continuamente, cosa che a volte si ripeteva anche a mezzogiorno, quando veniva a prendere da mangiare a casa dalla madre.
Quest’andirivieni del ragazzo non era passato inosservato nemmeno a Rosa, la vicina di bancarella di Mira, né ai fratelli, i quali non mancavano di rilevarlo, con sfottò anche un po’ pesanti. Rosa, invece, con sorrisetti di complicità, e strizzatina d’occhio, pareva dare il suo consenso.
Quella mattina però, Totore aveva da consigliare alla ragazza, un motivo in più per altri guadagni.
“Ti volevo consigliare una cosa, ma non so se faccio bene.”
Alche Mira rispose con un sorriso amabile.
“ Salvatò, i consigli non fanno male, non sono mazzate, specialmente se sono buoni, perché il tuo sicuramente è consiglio dettato dall’amicizia!”
“Mira, ho pensato: siccome, agli uomini piace fumare dopo aver preso il caffè, e molti di loro prendono il caffè proprio per fumare, guadagneresti due volte se il caffè glielo venderesti tu quando vengono a comprare le sigarette”
A Mira gli luccicarono gli occhi, subito capì che era una bella pensata, però pose l’interrogativo rivolgendosi a Salvatore.
“E come faccio Salvatò”
“Semplice Mira, preparo io il caffè al Bar, lo metto nel thermos e tu, all’occorrenza, lo offri bello caldo, caldo, così aumenterai pure la vendita delle sigarette”
A Mira il consiglio non le dispiacque, anzi lo trovò più che giusto, con un sorriso di compiacimento ringraziò Salvatore.
Totore sì nu bisciù, a’verament n’amico.”
 Detto fatto, la mattina appena la macchina del caffè del Bar saliva di pressione, Salvatore metteva cinque caffè nel thermos, dopo averli riscaldati abbondantemente facendo modo che questi s’allungassero con il vapore acqueo, così da ricavare qualche tazza in più, poi correva a consegnarlo a Mira.
La mente della ragazza piano, piano, cominciò a far tic-tic, come il suono delle monete spicciole che lei faceva cadere nel salvadanaio di terracotta.
Dopo pochi mesi, si disse: perché non compro una bella, e grande macchinetta  napoletana, e faccio io il caffè? Salvatore dovette convenire, l’idea di Mira era migliore della sua. 

Caso vuole, Mira non era meno timida di lui, cosa rara per una ragazza cresciuta nei vicoli di Napoli, per giunta senza istruzione e con una madre meretrice.
A differenza di Ciro il fornitore di sigarette, lui, la timidezza non sapeva cosa fosse. Lui, mattina e sera, alla consegna della merce e al pagamento, non mancava fare apprezzamenti, a volte anche con sottintesi che andavano oltre la decenza, poco piacevoli per la ragazza.
 Mira, faceva finta di non sentire o non capire. Ciro non gli piaceva, ma non poteva inimicarselo, lui cercava d’attrarre Mira con ogni mezzo, addirittura facendo sconti sulla merce che forniva. Mira, che stupida non era, faceva finta di niente, come se lo sconto era di norma.  
Gli altri, se lo sognavano lo sconto. Per quanto tempo ancora, poteva frenare le avance di Ciro?La ragazza sapeva che prima, o poi, avrebbe dovuto affrontare l’argomento, non poteva far finta, di non capire per lungo tempo. Per ora, diceva: devo mettere da parte quanti più soldi possibili, lasciando in futuro il problema. Sapeva che non poteva fare a meno della fornitura di sigarette fornitagli da Ciro, il nerboruto comandava lui la piazza, con le cattive o con le buone maniere.
Trovare un altro fornitore significava guerra tra bande di contrabbandieri. Cosa poco probabile perché tutti sapevano che quella era la piazza della Furnara e dei nerboruti figli.
Fu la madre a risolverglielo momentaneamente, il problema alla figlia. Una sera, involontariamente, stava al buio sulla soglia di casa, aspettando qualche cliente, quando sentì Ciro, venuto a incassare la vendita giornaliera da Mira, fare i soliti apprezzamenti, alla figlia. La donna non si perse d’animo, e risolse il problema a modo suo.
“Cirù bell’a’sora, lascia stà a piccerella, pi ciert’i cose ci sto io, vien a’dme a sfugà i tuoi bollori”
Fu così che, mentre Mira acquistava le sigarette da Ciro, lui, guadagnava i ” favori” dalla madre.
A Napoli si trova sempre come appianare le controversie, specie se si hanno tornaconti.
Forse è per questo, che Napoli detiene il primato di avvocati e politici: gente dal cervello fine e lingua lunga.                         
                                                                Fidanzati
Ormai tutti consideravano i due ragazzi, fidanzatini, loro ne erano consapevoli ma facevano finta di niente. In verità Mira, non aveva nessuna intenzione di seguire le orme della madre, a trent’anni tre figli con la prima già quindicenne.
Lei si voleva prima sistemare, e poi, avendo la possibilità, farsi una famiglia, era questo, e solo questo il suo proposito. Salvatore dal canto suo, un po’ per timidezza, un po’ per paura di avere un rifiuto dalla ragazza, continuava a venerare Mira in silente adorazione.
Gli affari andavano a gonfie vele, il tempo passava e Mira vedeva il suo gruzzolo farsi sempre più grande. La domenica, insindacabilmente giorno di festa, lei e Salvatore, passeggiavano sul lungomare di via Caracciolo con i fratellini di Mira che scalciavano davanti qualsiasi cosa si parasse davanti carte, barattoli o ciottoli, consumando le scarpe e il selciato. Il gelato era di norma, comprato agli chalet di Mergellina, o nella Villa Comunale, dopo averlo consumato si ritornare a casa.
 Una domenica approfittando che i genitori di Salvatore erano andati a trovare un parente a Frattamaggiore, il ragazzo invitò Mira a salire sul terrazzo di casa sua per fargli ammirare lo stupendo panorama che si poteva osservare da lassù.
Era vero, da quel malandato terrazzo di un vecchio palazzo fatiscente, si ammirava il golfo di Napoli con la penisola sorrentina e Capri che facevano da sfondo, e il mare da cornice.
Guardando quella meraviglia, Mira ricevette il primo bacio di quella che finora era stata la sua, breve, e intensa vita. 
Da lì a poco molte cose sarebbero cambiate: Il nerboruto Ciro fu arrestato dalla guardia di finanza mentre scaricavano, nell’insenatura di Trentaremi un grosso gommone stracarico di sigarette. Avendo alle spalle svariati arresti per lo stesso reato, si beccò quattro anni di carcere, con il benestare di Mira.

Nello stesso periodo, il proprietario del bar di Salvatore, saldò il conto con la morte, era da un po’ di tempo che faceva il tiro e molla con la vita.
La vedova, anche lei non molto in salute, fu dai cinque figli, tre maschi e due femmine, tutti professionisti, consigliata a vendere l’attività non potendola gestire in proprio.
Della salute e del mantenimento della genitrice, si fecero carico loro, di come svolgerlo al meglio.
Salvatore saputo la notizia, la sera dopo il lavoro si precipitò a raccontarlo a Mira, era preoccupato per la suo lavoro.
Non sapeva se i nuovi proprietari l’avrebbero assunto insieme al negozio.
“Salvatò di che ti preoccupi, tu sei bravo barista ti sarà facile trovare un altro impiego.”
 Lei nonostante avesse rincuorato Salvatore che avrebbe trovato facilmente un altro posto, non mancò riferire alla madre l’evento.

A madre e figlia bastarono dodici ore, cioè, dalla sera al mattino dopo, per capire cosa avrebbero dovuto fare.
Appena alzata si assicurò che il gruzzolo era sempre al suo posto, lo ricontò, pur sapendo quando aveva accumulato fino allora. La  madre fece lo stesso, lei ne aveva soldi da investire.
Alla madre gli affari erano andati più che bene, anche lei aveva un gruzzoletto da parte, investirlo non gli sembrò tanto una cattiva idea.
Fatto i conti si passò ai fatti, attesero Salvatore per fargli la proposta da portare a chi di dovere.
“ Salvatò, chiedi ai signori Vitiello quanto vogliono per il Bar tabaccheria?”
La sera Salvatore portò la risposta. Mamma e figlia a conti fatti videro che erano lontani da possedere la cifra richiesta.
Assunta prese in mano le redini della faccenda, da donna risoluta qual era, si presentò dai signori Vitiello, proprietari del bar/tabaccheria, loro dissero che per la contrattazione dovevano rivolgersi al figlio avvocato.
Il pomeriggio dello stesso giorno Assunta già sedeva nello studio dell’avvocato Vitiello, fermamente convinta ad argomentare vivacemente la sua proposta.
Assunta aveva trentacinque anni, aveva messo al mondo quattro figli, sì è vero, faceva quello che faceva, ma tutto questo non aveva minimamente scalfito la sua bellezza e la sua postura di donna battagliera, e per di più napoletana. Stava nel pieno delle forze e voglia di vivere e questo la rendeva ancora più bella.
L’avvocato Matteo Vitiello non rimase indifferente davanti a questa venerea napoletana, prima di intavolare l’argomento che stava a cuore a entrambi, passarono molti secondi prima che lui la invitasse a sedere, un segnale inequivocabile, dall’interesse causato da quell’incontro.  Entrambi avevano in quel momento, il piacere di essere uno di fronte all’altro. Ad Assunta piacque l’uomo, anche se aveva un braccio solo, l’altro, l’avvocato l’aveva lasciato nella tenda ospedaliera dell’esercito italiano nel deserto di Bengasi come cimelio, obolo devoluto per la Patria.

Assunta mise sulla scrivania tutti i risparmi messo da parte, sapevano entrambi che non bastavano, disse che l’attività era per il futuro dei ragazzi e che Salvatore aveva sacrificato la sua fanciullezza, dieci anni della sua giovane vita nella gestione del bar/tabaccheria dei signori Vitiello, e che il resto della somma mancante l’avrebbero pagato con un tot al mese. Scadenza che onoreranno fino alla totale estinzione del debito, parola di femmina onesta. Perché riteneva, che quello che facesse per guadagnare era, lavoro! Molti non saranno d’accordo con Assunta, ma l’avvocato invece, sì!                           
                                                                   
È domenica, sul terrazzo di Salvatore i due colombi al panorama non badano più, hanno ben altro da fare, fra baci e sospiri, Mira sente il pene di Salvatore ingrossarsi sempre di più sotto il suo basso ventre, sta pensando: è giunto il momento di porre fine alle pene, del pene di Salvatore, e alle sue! 
È vero, il paese aveva perso la guerra, ma loro due si sentivano di aver vinto la loro battaglia contro la miseria che essa aveva provocato!
Dopo pochi anni, finito di pagare il debito del Bar Tabaccheria, come si prevedeva, sia i due ragazzi, che Assunta e l’avvocato, convolarono a giuste nozze. La giovane coppia ebbe tre figli. Mira per forza volle che portassero il nome dei suoi genitori Jesus, Samuele e Assunta. Samuele con gli anni, divenne un cattivo soggetto si sposò con una brava donna che gli regalò due figli, Mira e Giuseppe.
 La sua avventura con la vita finì a trentatré anni, morto ammazzato in uno scontro a fuoco tra bande rivali. Nella sua ultima bravata di assassino morì anche il figlio Giuseppe di dieci anni, che per forza volle accompagnarsi con il padre. Assunta invece crebbe bella e dolce, amava intensamente mamma e papà, preferì non sposarsi per aiutare i genitori. Il terzo figlio, Jesus, gli piaceva viaggiare, girovagò per il mondo in cerca d’avventura.
Assunta dopa il ritiro della nonna dal lavoro, la madre aveva bisogno di aiuto nel Bar Tabaccheria, che nel frattempo era diventato anche ristorante.
Lei che per anni era stata in cucina tra le gambe di sua nonna, occupò il suo posto, si diete da fare dietro i fornelli come aveva sempre sognato da bambina. 

 Certo non potevano sapere quale sarebbe stato il futuro, ignari della forza delle loro radici, al presente avevano vinto la battaglia contro le difficoltà del dopo guerra, non era stato semplice ma c'è l'avevano fatto. Il futuro è della progenie, saranno i figli, i nipoti e i figli dei nipoti e così via, fino alla notte dei tempi. Ma questa è un'altra storia!.............................................................CHE SEGUIRÀ

              








                            























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