HOMO SPIRITUS

                                                                 ROMANZO
                                                                        di
                                                            Leonardo Cavallo

                                                             Primo episodio


                                                        HOMO AUCTOR

                         Di molte storie non si ha piena
                         conoscenza, se non agli attori,
                         perché mal riportate.
                        Con ciò non si può negare che il
                        tempo  contribuisce a modificarle     

                                         L'INIZIO
Mira, sa bene è che non può più rinviare, i dolori, gli spasmi del ventre aumentano sempre più. Attente che la cuoca si ritira nella sua stanza, poi furtivamente con passo lente apre la porta che da fuori, in un baleno è nel viottolo che porta su verso la collina. Non è la prima volta né sarà l’ultima, allontanarsi dalla casa quando tutti dormono.

Siamo a Nazareth nel 15°D.C, Mira è una delle tante schiave cira, sa bene è che non può più rinviare, i dolori, gli spasmi del ventre aumentano sempre più. Attente che la cuoca si ritira nella sua stanza, poi furtivamente con passo lente apre la porta che da fuori, in un baleno è nel viottolo che porta su verso la collina. Non è la prima volta né sarà l’ultima, allontanarsi dalla casa quando tutti he una famiglia di un ricco Patrizio romano possiede, e su cui ha potere di vita e morte. È incinta sta per partorire, questo nessuno lo sa, ne devono conoscere il suo stato. Se la padrona sapesse metterebbe a rischio la vita del bambino che sta per nascere, e forse anche la sua. Per tutto il periodo della gravidanza è riuscita a tener nascosto l’ingrossarsi della pancia, nascosta sotto la tunica di una misura più grande, mentre la gravidanza aumentava mese dopo mese.
Sente il calore di qualcosa scivolargli lungo le gambe, teme il peggio. Affretta il passo, sa che a momento dovrà fermarsi, un ultimo sforzo, la meta: arrivare sulla collina degli ulivi!
Stringe i denti dal dolore, corre quasi, anche se il sentiero è in salita. Eppure non gli era sembrato stesse così lontano quando aveva scelto il posto.
Finalmente, anche se buio, lo vede! Impossibile non notarlo, anche se è in mezzo a centinaia di altri vecchi ulivi.
Lui invece pianta centenaria, nonostante l’intemperie il tempo trascorso, è ancora fulgido e vigoroso.

 È un secolare e maestoso ulivo, ha una base di quasi tre metri di circonferenza, delle grosse e nodose radici fuoriescono dal terreno serpeggiando tutto intorno.
 Il tronco enorme, per buona parte, è vuoto dalla base fino a quasi più di un metro da terra. Più su, si divide in tre grossi e robusti rami che si aprono come un immenso ombrello, corollario di una vasta chioma fluente e protettiva.
La ragazza sfinita e dolorante si trascina carponi attraverso il buco creatosi ai piedi del tronco, all'interno l'accoglie un giaciglio preparato giorni prima da lei, la coltre è paglia e una vecchia coperta sbiadita e rosa dai troppi lavaggi su pietre ruvide di lavatoio al fiume.
L’esile corpo della ragazza riesce quasi a stare supino, lei è quasi una bambina, ha appena tredici anni, a nulla valse la sua difesa, quando il figlio del padrone abusò di lei con la forza, l’unica colpa, la sua tenera età. Mentre lui, invece, andò poi a morire in guerra.
Anche lei, come sarà suo figlio, non ha genitori, è nata serva, i padroni hanno il potere disporre come meglio loro aggradano. Non vuole che il suo bambino resti schiavo per tutta la vita come lei. Non vuole che nasca nella casa dei padroni.
Il suo desidera è che il figlio non debba patire i tormenti di una schiavitù come l’ha subito lei, spera possa essere libero di avere e disporre come meglio desidera della propria indipendenza, e della sua vita. Avere un nome e una famiglia cui dedicarsi. I gemiti di dolori della ragazza sono muti lamenti, stringe i denti, non può rischiare che qualcuno possa udirla.
 Anche se, sulla collina degli ulivi solo gufi e civette, appollaiati sugli alberi tutti intorno, assistano al silenzioso ma doloroso parto della povera e piccola serva.
Sono sempre loro, i nottambuli volatili, a udire i primi gemiti del neonato, che irrompano nel buio pesto di una notte senza luna: è un maschietto.
Per tre i mesi successivi, tutte le notti, e di giorno quando poteva, Mira aspetta che in casa regni la quieta di chi dorme, per correre dal suo bimbo. Rimane a vegliarlo fino all'alba, dopo averlo allattato abbondantemente per quasi tutta la notte. Il suo incessante pensiero è: come e cosa deve fare, per rendere libero suo figlio.
 Sapeva che non era quello il modo di allevarlo, come pure che non poteva durare più a lungo, la precaria e pericolosa situazione in cui si trovava.
Scappare con un bambino in braccio senza soldi e senza cibo sembra un’impresa impossibile al momento.
 Per ora cerca di rubacchiare, mettendo da parte tutto quello che può, aspettando l’occasione propizia per fuggire.
La poverina non aveva messo in conto il deperimento del suo organismo, la sua salute. Gracile lo era per natura, il parto non le ha giovato di certo, le notti insonni nemmeno, il duro lavoro giornaliero, sempre quello. Il cibo per la maggior parte lo conservava. Una sera finita il lavoro, spoglio di tutte le forze, pensò di riposare attendendo che tutti dormissero, per correre dal figlio. Senza accorgersene, il sonno prese anche lei. La mattina, Mira non si svegliò, l’emaciato fisico non aveva retto al troppo. Il muscolo primo, il cuore, di quel corpo esile e dismesso di tutte le forze, non è riuscito portare quel poco di sangue rimastogli alle vie motorie, quel sangue necessario che serve a tenere in vita tutti gli esseri viventi! La mattina dopo la cuoca trovò Mira in cucina, con la testa e braccia poggiate sul tavolo, la poverina sembrava dormisse.
Pochi la piansero per poi dimenticarla a breve. Per altri non era mai esistita, anche se la vedevano tutti i giorni. Il suo primo e ultimo viaggio fu in una fossa comune in compagnia di derelitti ed emarginati. Non poteva essere diversamente, anche se, Lei, era Madre, colei che porta la vita..............
SEGUE

     















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