HOMO AUCTOR (2)


                                                      IL FIGLIO DI GIUSEPPE
“Bravo, hai imparato molto bene lavorare il legno, devi solo risolvere il non facile problema del peso, perché sarà molto difficile spostarla agevolmente”.
Il commento improvviso fece trasalire il giovane, com’era tutto intendo osservare la sua opera.  
Alle sue spalle era comparso dal nulla il figlio di mastro Giuseppe avvolto in una lunga tunica bianca, un po’ vecchia e lisa ma pulita. Come le altre volte, gli occhi sorridevano sul viso serioso e barbuto senza che questo adombrasse la dolcezza dell’espressione.
“È la stessa osservazione fattomi da mio nonno, è vero, peserà al vecchio spostarla, ma ci sarò sempre io ad aiutarlo. Finora lui ha fatto molto per me, è ora che cominci a fare io qualcosa per lui. Questo mio impegno è poca cosa, lui merita molto di più. Quello che faccio oggi per lui, non basta ripagarlo per l’affetto e amore cui ha riempito la mia vita. Questo è solo l’inizio, farò il possibile per contraccambiare con la stessa moneta.” 
Il figlio predicatore di Giuseppe guarda il giovane e gli chiede il suo nome.
“Come ti chiami?”
“Olivio, è il mio nome”.
“Olivio, e poi?”
“Sono un trovatello, non ho un poi, mio nonno, che poi non è il mio vero nonno, mi trovò dentro la pancia di un ulivo, è da lui che discende il mio nome, Olivio”.
Il figlio del falegname si avvicina mettendogli una mano sulla testa, chiude gli occhi rimanendo per un lungo tempo in meditazione. La sua mente lo riporta al ricordo di confessioni di tante donne che pensano di aver peccato per un abuso subito, schiave inermi alla merce di padroni senza scrupoli. Approfittano del potere per sodomizzare anime innocenti. A volte sono poco più di una bambina, confessano il peccato implorando il perdono per una colpa non loro ma subita, non chiedono aiuto per se stesse ma per il nascituro, perché non vogliono che il figlio nasca schiavo come loro.
“Sono ammirevoli i propositi che hai verso tuo nonno, le intenzioni sono nobili. Sentimenti che ti fanno onore e che andrebbero premiati. L’affetto e l’amore che ti hanno spinto a modellare questa sedia, farà sì che lei non peserà più di quanto tu e tutta la tua famiglia potete sollevare senza sforzo, tienila da conto, e lei sarà benevole con tutti voi!”
Olivio guarda il giovane uomo, non comprende le sue ultime parole, né rifletté chiederglielo, pensò fosse un’altra stranezza del profeta, come ultimamente aveva sentito chiamare dalla gente il figlio del falegname, poi proseguì con il suo dire.
 “Tutti abbiamo un futuro, anche se non conosciamo il passato, di certo l’avrai anche tu, e per cominciare devi avere un nome, da oggi potrai chiamarti Olivio di Nazareth, nessuno ti potrà contestare questo nome”.
Dopo avergli sorriso, gli rimette le mani sul capo mormorando altre parole di una lingua a lui sconosciuta. Lui ancora non sapeva cos’era, l’avrebbe scoperto col tempo.
Prima che Olivio si riprendesse dallo stupore, il figlio di Giuseppe era sparito com’era comparso!
L’incredulità non finì lì, continuo, quando cercò di sollevare il tronco/sedia, pensando di fare uno sforzo, come già successo in precedenza nel tirarlo dalla carriola, questa volta invece si trovò con il sedere per terra, il tronco/sedia gli era venuta addosso senza nessuno sforzo. Rialzatosi dalla scomoda posizione, si accorse che non aveva bisogno di molta forza nel sollevarlo e spostarlo, senza nessun problema e per giunta, si accorse poterlo fare con una mano sola!
Non era solo il tronco a essere leggero, anche lui aveva la stessa sensazione di leggerezza. Come se i sensi si fossero intensificati, moltiplicati.
Anche il vecchio Samuele rimase meravigliato quando vide tornare Olivio con il tronco/sedia sotto il braccio. Con un sorriso che non aveva mai visto sul viso del ragazzo.
Il giovane riferì al nonno ogni singola parola proferita dal figlio predicatore di Giuseppe.
Al che, il vecchio esclamò!
“Allora è vero quello che dicono”.
 Anche queste poche parole del nonno, Olivio al momento non capì, lo avrebbero appreso poi: perché, come, e chi fosse, il figlio di Giuseppe!
Poteva solo essergli grado per aver profuso in lui sicurezza e fiducia che prima non aveva.

Da quel giorno la vita di Olivio cambiò totalmente, non si sentiva né era più un trovatello, aveva un nome di cui essere orgoglioso e fiero, Olivio di Nazareth.
Come se avesse paura dimenticarlo continuava a scriverlo dappertutto. Fece perfino una targa di legno con il nome intagliato sopra.
La domenica successiva, appena sveglio, corse sulla collina degli ulivi, aveva con se la targa. La inchiodo martellando con orgoglio, ma chiedendo scusa all’albero per il dolore che gli provocava. Albeggiava una vacua speranza mai sopita, da quanto il nonno gli aveva detto del suo ritrovamento, che forse un giorno lui avrebbe potuto incontrare qualcuno che conoscesse sua madre.
Un tenue e sospirato desiderio che quella targa con il suo nome sopra potesse fare da messaggio a qualcuno, che lui era vivo. Inchiodata sulla vecchia corteccia segnata da solchi profondi da secoli di vita, faceva un certo effetto leggere il suo nome: “Olivio di Nazareth”.
Seduto ai piedi dell’albero sulla grossa radice, mirava, senza mai stancarsi il suo capolavoro.
Il giovane Olivio non poteva immaginare che la vita non sempre è benevola, con lui finora l’era stata, non lo è stata per la giovane e sfortunata madre.
La speranza è giovane, chi ha ancora tutta la vita davanti a se, guai a perderla, con lei viene a mancare ogni motivazione, il futuro.

“Mastro Giuseppe! Correte! Le guardie romane hanno arres-tato vostro figlio.”
Con queste parole concitate il vecchio amico di Giuseppe irrompe nel laboratorio, dove Olivio e il suo maestro stavano lavorando.
 Il povero Giuseppe non meno concitato dell’amico, si toglie la palandrana da lavoro corre nella stanza attigua, dove la moglie era indaffarata a cucinare.
Olivio poté ascoltare i lamenti di entrambi i coniugi mentre si apprestavano uscire in strada.
“Allora! Le mie preghiere sono state del tutte inutile? Se alla fine si è messo ancora nei guai. Non c’è stato verso in nessun modo darmi ascolto benedetto figliolo.”
Mormorava Giuseppe, mentre la moglie avvolta in un lungo velo camminava di lato, mormorava anch’essa. Stava pregando per la salvezza del figlio dalla cattiveria degli uomini.
Vano furono le preghiere. Dopo pochi giorni ci fu un processo farsa, il figlio di Giuseppe fu condannato, il popolo aveva scelto di salvare un ladrone, anziché un insensato predicatore, che per loro, valeva poco quanto niente, era stato questo il criterio dei giudici e per ultimo il popolo miscredente.
Il giorno dell’esecuzione, Olivio era tra la folla lungo il calvario che avrebbe portato i condannati sulla collina degli ulivi. C’era chi pregava e chi dileggiava.
Lui il figlio di Giuseppe con una corona di spine i cui pungoli facevano scendere rivoli di sangue su quel volto dolorante e nobile. Con il pesante fardello sulle spalle, si trascinava lungo il percorso con muta sofferenza. Ai due lati del condannato grossi Centurioni Romani sollecitavano il prigioniero con la punta delle lunghe e puntute lance. Con le stesse, tenevano lontano chi cercava di impedire il cammino, o di aiutare il sofferente nel martoriato itinerario.
Olivio, con le lacrime agli occhi, seguiva passo dopo passo il figlio di Giuseppe nel suo calvario. In uno dei brevi intervalli forzati, fatica e il dolore lo obbligavano a breve soste.
In una di queste, Olivio in un impeto di muta collera, si fece largo tra la folla per aiutare il figlio di Giuseppe, ricevendo a sua volta frustate sulla schiena dall’irato centurione. Olivio incrociò lo sguardo del figlio di Giuseppe, nel vedere le lacrime di rabbia di Olivio, nonostante la sofferenza, lui sorrise, come per dirgli: non temere per me, prega per gli aguzzini, non io, ma loro hanno bisogno di aiuto.

I presenti dovettero assistere alla crocifissione dei condannati, una volta sulla collina degli ulivi, a quel barbaro esempio di pena. A ogni martellata data sul chiodo che trafiggeva le carni vive del prigioniero, un fulmine o una saetta faceva da contralto, accompagnando quell’insano gesto in una lugubre esposizione della cattiveria di alcuni uomini in mala fede.     
 Una volta issate su i legni con la penosa esposizione di corpi martoriati, ci fu un silenzio assoluto. Il cielo fu vestito a notte, cessarono i fulmini, sembrava che il tempo si fosse fermato e che si aspettasse un evento che non arrivava. Era la morte che aveva esteso il suo mantello sul destino del mondo.
 Pochi erano quelli rimasti ai piedi delle croci, fra loro c’era anche Olivio vicino alla madre e il vecchio padre curvo sotto il peso del dolore e dagli anni di lavoro.
 A pochi passi dalle croci quattro Centurioni a guardia dei loro peccati, gozzovigliavano giocando a dati all’ombra di un ulivo, ridevano pensando di essere vincitori. Ignari che il loro regno, di lì a breve, sarebbe finito.  Mentre quello dell’uomo messo in croce, sarebbe durato per millenni!


                                                              LA SIGNORA  
Da quel giorno Olivio cominciò a frequentare le riunioni degli apostoli del figlio di Giuseppe.
Beveva le loro parole come fossero gocce di nettare.
Un giorno, intendo a sentire l’oratore, non si accorse di avere due occhi che lo scrutavano intensamente. Di lì a poco fu lievemente strattonato da una giovane fanciulla, era l’ancella di chi lo fissava, la signora Romana, venuta a curiosare di persona cosa avessero da dire e chi fossero questi predicatori.
“La mia padrona ti manda a dire di seguirci dopo che finita la riunione, non mancare.” fu l’avvertimento.
Il povero Olivio timido e sprovveduto non sapeva cosa fare, dopo un’attenta riflessione, si consigliò di non dispiacere la padrona romana, consapevole di cosa erano capaci essi.
Una volta finita la riunione, Olivio si apprestò accodarsi al piccolo corteo, composto dalle due ancelle che seguivano la Signora, e da lui, che a distanza tallonava le due ancelle. Le quali non mancavano di girarsi a guardare Olivio e sorridere.   
Raggiunti una grossa villa padronale, la signora entrò con una delle ancelle, mentre l’altra attese lui per guidarlo verso l’entrata secondaria, quella usata abitualmente dalla servitù.
La ragazza vedendo il giovane intimorito, tentò di tranquilliz-zarlo regalandogli un sorriso, poi gli prese la mano e lo tirò a sé varcando l’ingresso.
“Non temere non ti succederà nulla di male, sii contento che la nostra Signora abbia scelto te”.
Olivio, nonostante l’assicurazione della ragazza non sapeva cosa rimuginare, né cosa volessero dire le parole della ragazza, ha scelto te, e perché poi, e per che cosa è stato scelto.
Quello che poi accadde lo stupì ancor di più. Come poteva non meravigliare un giovane imberbe e innocente com’era lui? Lo stupore seguiva pari - pari i suoi passi e la ragazza che lo precedeva, senza aver cognizione di cosa e chi lo aspettasse, lei ogni tanto si voltava sorridente con un accenno di complicità, come volerlo assicurare ancora una volta. Lasciato il lungo corridoio, la ragazza lo fece entrare in quello che doveva essere una stanza da bagno.
Olivio non aveva mai visto nulla di simile. Dappertutto ornamenti e drappi, arabeschi, disegni di nudi ornavano le pareti, l’intenso luccichio dei pomelli quasi abbagliava la vista. Non mancavano i profumi a saturare l’aria.
Al centro della stanza un’enorme vasca, dalle cui acque si elevavano odori di fragranza e caldi vapori d’aerosol.
Rimase pietrificato, dall’ardire di mani alle sue spalle che gli levavano la consunta vecchia tunica rimanendolo nudo come un verme. Una mano cercò la sua, era quella della ragazza, lo guidò fin dentro la vasca, dove ad attenderlo, c’era già l’altra ancella.
Il povero Olivio non ebbe cognizione cosa stesse accadendo, non riusciva a pensare, sperava solo di svegliarsi nel suo letto e avere ricordo che tutto ciò fosse solo un sogno.
Ma non era così, le ragazze ridevano strofinandolo con saponi ed erbe aromatiche e profumate.
Mani delicate accarezzavano il suo giovane corpo con sapienza. Le emozioni presero il sopravvento, nuovi sensi s’impadronirono della sua carne, turbamenti ormonali finora mai conosciuti. Lavato, asciugato e pettinato. con vesti nuove, fu accompagnato davanti a una porta, la ragazza bussò leggermente, Olivio non udì nessuno dicesse di entrare, era evidente la ragazza sapesse già.
 Gli apri la porta e leggermente lo sospinse dentro chiudendo l’uscio alle sue spalle.
Olivio si trovò in vasto salone, poteva essere di tutto, dalla stanza da letto a un salone per ospitare più persone, o come in quel caso, una cena intima con un amante.
Tutte queste cose lungi dalla mente di Olivio. La Signora era distesa su un enorme baldacchino/letto, che lui mai aveva visto così grande, poteva ospitare un’intera famiglia di dieci persone. Poggiata fra soffici cuscini la signora distese le braccia come volerlo accoglierlo fra le sue, una mano si mosse mollemente per far segno di avvicinarsi, il giovane Olivio intimorito e spaventato non sapeva cosa fare.
Impalato al centro del salone, guardava incantato come se il tutto fosse qualcosa di misterioso.
“Non stare impalato come uno sciocco, vieni a sederti qui vicino a me, non aver paura, non ti mangio mica.”
Olivio a piccoli passi si avvicinò al grosso letto, mentre la Signora continuava, con piccoli colpetti sul cuscino al suo fianco, dove pensava dovesse accomodarsi.
“Come ti chiami carino, c’è l’hai un nome, vero?”
Olivio lo proferì in modo non udibile alle orecchie della bella signora, difatti lei lo esortò ripetere, portandosi una mano a imbuto all’orecchio. Olivio alzò il tono accostandosi al letto.
“Il mio nome è Olivio.”
“Bene, Olivio caro, ce la fai a salire su? O ti devo tirare per il collo! Fammi vedere quanto sei bravo, salta e vienimi vicino!
Il tono della signora, questa volta, non ammette replica, è perentoria, determinata ad averlo accanto.
Olivio s’issò con cautela sul letto, appena poté, la Signora senza molta delicatezza lo tirò verso di lei.
“Hai visto, non è stato poi tanto è difficile? Mettiti comodo, mangiamo qualcosa prima, un buon bicchiere di vino e dopo ci scambiamo quattro chiacchiere, hai nulla incontrario?”
Il povero Olivo non poteva che accennare con un timido scodinzolio della testa.
L’ingresso delle ancelle distolse momentaneamente l’atten-zione della signora dal povero Olivio. Le ragazze posero davanti ai due festeggianti leccornie di ogni specie, brocche di vino, arrosti, frutta, dolci. C’era di tutto, in quantità tale da sfamare una famiglia di dieci e più persone. Lui, in vita sua, non aveva mai visto tanto cibo.    
Fu lei, poiché Olivio non si decideva, a imboccarlo inizial- mente, ficcandogli un pezzo d’arrosto in bocca, dopo non ci fu più bisogno. L’appetito e il buon desinare misero in secondo ordine timori e paure del giovane.
 Quando si svegliò, il mattino successivo, albeggiava appena, ricordava di aver mangiato, bevuto…sì, quello lo aveva fatto, eccome se aveva bevuto, sotto gli occhi sorridente della bella Signora. Il resto, sola confusione, emozioni mai provate, svuotamento della mente e del corpo, poi sogni… tanti strani sogni. Ne ebbe di astruse visioni, ma non tutti erano solo fantasie oniriche, la signora non l’aveva invitato per farlo sognare nel suo letto.
Lei la signora aveva visto giusto, il ragazzo, come supponeva, era carne fresca e vergine per le sue lussuriose e ingorde voglie di donna navigata.

Di ritorno a casa, Olivio era ancora frastornato, sentiva che qualcosa in lui era cambiato, non riusciva spiegarsi cosa, ma non era più Olivio del giorno prima.
Giunto nei pressi di casa vide capre e pecore chiuse ancora nel recinto, si meravigliò del ritardo.
Il nonno non era avvezzo uscire dopo l’alba per raggiungere i pascoli. Anche la casa era al buio, e senza alcuna presenza.
Una volta dentro una paura inconscia l’assalì, non era normale quel silenzio, un suono gli giunse, erano deboli guaiti del fido Job, il cane del nonno, venivano dalla stanza da letto. Il povero animale accucciato ai piedi del letto non smetteva il tetro lamento. La sagoma del nonno era totalmente coperta fino al capo, l’ultimo gesto del vecchio che sapeva prossimo alla fine. Aveva calato il sipario alla vita.
“Nonno!”
Olivio ripeté più volte il suo nome, non voleva arrendersi all’evidenza, grosse e copiose lacrime cominciarono solcargli il volto. Inginocchiato ai piedi del letto, univa il suo dolore a quello del fido cane, maledicendosi per non essere stato presente quando il nonno aveva avuto bisogno di lui.
Solo, triste, con il cuore stretto in una morsa di dolore, non riesce a rassegnarsi, d’aver lasciato solo il nonno nell’ultimo tragico momento della sua vita.

Da giorni non mangia e non riesce più dormire, il rimorso lo tormenta. Dopo la sepoltura del nonno, rimase fino a notte a piangere sulla tomba, il dolore provocato dalla colpa era forte. Dove rifugiarsi? Se non sulla collina degli ulivi? Le sue pene non erano ancora finite, pensava di liberarsi dal nodo alla gola davanti all’ulivo, espiare nel luogo che l’aveva visto nascere. Arrivato sul posto, ebbe la sensazione di aver sbagliato luogo, guardava girandosi intorno con smarrimento in cerca del suo ulivo, niente! La pianta non c’era, era sparita!
 Al suo posto Olivio osservava una buca profonda e larga. Si chiedeva se avesse sbagliato ubicazione, sentiero. Continuava a girare in tondo, sì, era quello il posto, né era sicuro! Anche se buio, alla fine riconobbe il luogo. La conferma l’ebbe quando ritrovo la targa con il suo nome fra trucioli di legna.
Anche le grosse radici dell’ulivo erano sparite, al loro posto, come ferite, si aprivano lunghi solchi nel terreno, si chiedeva chi, e perché, aveva compiuto quello scempio.

Olivo non poteva immaginare che la sua dimora di nascituro, nel temporale che l’aveva visto attore, il fulmine recidente il grosso ramo, aveva reso la sopravvivenza della pianta forte e rigogliosa, in un tronco sterile, ormai destinata a finire i suoi giorni lentamente. Chi l’aveva sradicata sapeva che oramai era legna da ardere, come egli stesso aveva fatto con il ramo.
Nella disperazione più nera non gli rimase che rifugiarsi nel luogo dove non gli dava da pensare, fra le braccia accoglienti della bella Signora, sul lettone imbandito di leccornie, vino, innanzitutto, vino!
Quello sì, l’elisir che faceva dimenticare tutto. Il poverino non immaginava che non era solo vino, quello che alterava i suoi sensi, la Signora ne era ben conscia.
Mesi dopo, appreso dall’anfitrione che il marito, funzionario di Roma, doveva rientrare in Sicilia nella sede di Siracusa. Se Olivio voleva, poteva aggregarsi anche lui al rientro della Signora a Siracusa. Sulle prime gli sembrò assurdo un suo trasferimento in un altro paese, un luogo a lui sconosciuto, una lingua diversa. Per giorni vagò per la collina degli ulivi senza mai fermarsi, sembrava avesse perso l’orientamento.
Alla fine sentitosi solo in patria, vendette capre, pecore, casa e terreni e s’imbarcò per la nuova terra, senza dimenticare di portare con sé la sedia/tronco del nonno. L’unica cosa che ricordasse le sue radici.
Fu lievemente sorpreso scoprire che la Sicilia non era poi molto diversa dalla sua terra. 
Non passo molto tempo che la Signora, avendo trovato altra carne fresca, per i suoi sollazzi, un siculo giovane e forte, diete il benservito a Olivio, sotto forma di una casetta con del terreno sulla costa nel comune di Avola, nel piccolo borgo marinaro tra Noto e Cassa-Bile, e, ciliegina sulla torta, gli concesse una delle ancelle, che segretamente si era innamorata di lui. La cosa era sfuggita a Olivio, no allo sguardo esperto della Signora.
Con moglie e casa nuova, e con il ricavato della vendita di quello lasciato da nonno Samuele, comprò un piccolo peschereccio. Innamorarsi del mare della Sicilia non era difficile.
Ben presto la famiglia crebbe, tre maschi, e una femmina, il primo Samuele, il secondo Jesus, il terzo Giuseppe, ultimo la sorellina, che per strana coincidenza, la chiamò Mira!
L’ufficiale siciliano della comune alla registrazione del primo figlio, intese male il nome di Olivio di Nazareth, per cui i quattro bambini furono annessi come italiani sotto il nome di, Samuele, Jesus, Giuseppe e Mira Di Nazaretti.
La famiglia e la pesca assorbivano la maggior parte del suo tempo, lui quando poteva si metteva in giardino sotto l’ulivo già trovato sul posto, fumava la pipa seduto sulla sedia che lui aveva disegnato per nonno Samuele, i bambini vedendolo in quella posa lo sbeffeggiavano scherzosamente dicendogli: papà e seduto sul trono.
Gli anni passano i bambini oramai sono adulti. Non tutti hanno avuto il piacere della pesca, l’unico a sentire attrazione per il mare era Giuseppe il quale è il primo a svegliarsi per andare a pesca la mattina presto con suo padre.
Con gli anni Mira diventò una bella ragazza, un centurione, patrizio romano, se ne invaghì fino a sposarla portandola a Roma con sé.  
Non passò molto tempo che Mira scrisse al padre che a Roma c’erano molte opportunità di lavoro e che la città era bellissima e che lei sarebbe stata felicissima se la sua famiglia si fosse trasferita in questa città.
Olivio ormai aveva messo radici nell'isola sicula, si sentiva a casa, il mare, la campagna, erano come quelli della sua terra natia, non si sentiva fare un’altra migrazione.
Lo stesso non fu per Jesus e Samuele, i due fratelli furano entusiasti, appena poterono, raggiunsero la sorella a Roma, la quale fu felicissima d’avere un pezzo di famiglia con sé.


Giuseppe non ebbe lo stesso entusiasmo dei suoi fratelli, lui amava il mare quanto il padre, creò famiglia allietando la casa di altri tre bambini e una bambina, fino all’ultimo giorno di vita, Olivio continuò ad andare in mare con Giuseppe e suo nipote Olivio junior.
Il percorso di Olivio su questo mondo finì serenamente a centodieci anni, era un giovedì 10 del mese ottobre del 125 DC...................................................................................................................................

SEGUE NEL PROSSIMO EPISODIO
     
        

  
              
                              
           







                                              

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